28/01/2010 pubblicato da: Alessandra Timossi Le pulle
Viste
Le Pulle
Emma Dante
Teatro della Tosse, 27 gennaio 2010
L’ho vista come una cosa siciliana, una storia magico verista di bambole rotte, di bambini e bambole rotte, ma il gioco i bambini lo giocano con la stessa serietà, ne va della loro vita.
Di vita e di morte parlano le pulle, di vite violente, di abusi, di esperienze abnormi, dell’insostenibilità dell’esperienza del mondo, dove vuoi andare, ti mangeranno. Ma io col palo arrugginito in culo e la merda in cuore pensavo negli occhi al mio principe a cavallo, la criniera nel vento, verrà da me e andremo fino al mare.
Lo sguardo sulle pulle è severo, morale. Severo è lo sguardo della regia che ne condanna lo scempio, avevo dodici anni. La regia rispetta però l’integrità delle pulle, ne protegge lo sguardo bambino, la speranza, il desiderio, l’immaginazione. Senza particolare indulgenza, senza addolcirne i tratti, con una rappresentazione esatta.
La regia entra in scena, è la signora in nero? somiglia a Emma Dante. Parla alle pulle, le guarda, le fa cantare, canta ella stessa, ne dice la storia.
Le pulle cantano, danzano con leggerezza infantile, ondeggiano sui tacchi, bambine erotizzate, incerte, ossessive e poi pesanti nei gesti su se stesse. Sono bambine.
Le pulle sono prima corpi come cose, che si espongono, mandano odore, fanno rumore. I piumini da cipria, il tulle, i merletti e il muco nasale, il profumo e il vomito, lo scarparo a bottega. Le pulle hanno l’anima, vestite di bianco per le nozze di Stellina, una striscia rossa la passatoia, come una striscia di sangue, dal sesso malamente violato fino alla croce.
Mi colpisce la grazia nervosa delle gambe di Stellina e il suo busto maschile, sudato, la smorfia del viso.
E la levità piena di grazia delle bambole gonfiate, la ballerina acrobata dalle braccia deformi che gli toglie la vita, il corpo senza testa.
Sono streghe le danzatrici intorno alle pulle, sono bambole rotte.
Fondamentale mi appare la riflessione sulla responsabilità di una educazione sentimentale e sull’identità, non necessariamente di genere, delle persone, piuttosto la questione che è per tutti noi del venire al mondo e restarci, modo grosso.
Musica techno pop e bei costumi, perfette le calze in testa, come nel gioco le mie bambine, e il bondage à la Karl Lagerfeld. Magnifici gli abiti bianchi delle pulle come angeli, purissimi ultracorpi, e la tonalità azzurrina delle calze in testa, come le ombre degli occhi di Hanno Buddenbrook.
Per me è un po’ come essere stata in giostra, come un carillon, penso al mio con una bambolina sola, una cosa incantevole e deforme, col viso cancellato. Che ricordo perfettamente.
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