18 aprile - 19 aprile

LA CHIAVE DELL'ASCENSORE

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Agorà

di Agota Kristof

Scritto  nel  1977, La chiave dell’ascensore è  la  storia, drammatica  e  crudele di  una  donna  tenuta  sotto sequestro  dal  proprio  marito  che,  con  l’aiuto  di  un  medico  compiacente,  infierisce  su  di  lei.
Una stanza che gli spettatori sbirciano da una finestra. Avvolta dalle volute della nebbia  e dal vento che le muove i capelli...la donna racconta la storia a se stessa, la racconta per l'ennesima volta. Tutto è reale e simbolico allo stesso tempo le luci, i rumori, la voce che le fa eco che le rimbomba nella testa, mentre accetta ogni privazione, accetta di non muoversi più, di non sentire più, di non vedere più, fino a che non arriva la minaccia. Piuttosto la vita ma non la voce. Perdere la voce significa perdere la possibilità di esprimersi più di qualunque altro senso. Allo spettatore non resta che cadere lentamente dentro le maglie di questa tragedia che da favola pian piano svela il suo risvolto fino ad arrivare ad essere baratro, nera testimonianza di tanti soprusi di cui le nostre cronache sono piene. 

di Agota Kristof

traduzione di Elisabetta Rasy


con Anna Paola Vellaccio

allestimento e regia di Fabrizio Arcuri

assistente in scena Edoardo De Piccoli  

assistente alla regia Francesca Zerilli  


cura  Giulia Basel  

assistente alla produzione Marilisa D’Amico

foto di scena  Roberta Verzella  Tiziano Ionta  

grafica  Antonio Stella


una coproduzione   

Florian Metateatro / Accademia degli Artefatti

si ringrazia il Teatro di Roma

L’urlo che irrompe  a sipario ancora chiuso, proprio all’inizio de La chiave dell’ascensore, ci mette subito in guardia: sotto la superficie della scena che ci si apre dinnanzi (una Donna che attende l’arrivo del Marito nella loro casa) c’è qualcosa di invisibile ma minaccioso. Anche dal tono pacato della protagonista, del resto, emerge di tanto in tanto la sua vera condizione, che l’ha resa folle: è segregata in casa dal consorte, il solo ad avere la chiave dell’unico ascensore che conduce fuori dall’abitazione isolata e immersa in un bosco lontano dalla città. L’amore è anche volontà di possedere l’altro. Quando questo istinto va fuori controllo gli esiti sono nefasti, perché un essere umano non si riduce mai ad un solo ruolo, sarà sempre anche altro rispetto alla parte che riveste in un determinato rapporto sociale (la coppia, ad esempio) e quindi non potrà mai esser totalmente dominato dall’altro. È una lotta che l’oppressore non può vincere, sembra dirci Kristóf, almeno sul piano dell’assoggettamento mentale: il desiderio di libertà è insopprimibile; la Donna, piegata, resa folle, scissa, conserva comunque la volontà di essere un individuo e non cede all’assimilazione. Potranno toglierle la vita, ma non si farà strappare la voce per gridare al mondo la sua condizione. 

Frasi brevi, una sintassi cruda, dialoghi ridotti all'essenziale, assenza di aggettivi: il fascino di questo testo scritto in francese nel 1977 sta proprio nell'economia di mezzi e nella loro intensità. Nel teatro, luogo dell’incontro per eccellenza, l’autrice trova il mezzo ideale per esprimere il suo messaggio: la speranza è nella parola, nella comunicazione con gli altri.  

Fabrizio Arcuri

Calendario e biglietti

Prezzo intero 15,00 €
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aprile 2020
18
sabato
alle ore 20:30
19
domenica
alle ore 18:30

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